Notiziario Parrocchiale del 22 gennaio 2017 – Anno XV – numero 19

RIFLESSIONI SULLA FAMIGLIA
In questo notiziario la seconda puntata delle considerazioni brevi di don Paolo sulla famiglia. La terza ed ultima puntata ci sarà domenica 29 gennaio, poi lunedì 30 alle 21 l’incontro con il dott. Ignazio Ingrao, moderato dal dott. Giampiero Guadagni.

RITIRO PER CATECHISTI E ANIMATORI
Sabato prossimo 28 gennaio don Paolo accompagnerà i catechisti e gli animatori della parrocchia in un ritiro alla Fraterna Domus in Sacrofano. Quest’anno si è preferito in quest’ultimo sabato di gennaio (tradizionalmente utilizzato per l’uscita dei ragazzi) privilegiare il desiderio di spiritualità dei catechisti.

MESSA ANIMATA
Giovedì prossimo 26 gennaio la Messa delle 19 in cripta (cui seguirà l’adorazione eucaristica che come sempre offriamo per le vocazioni sacerdotali e religiose) sarà animata dai volontari della San Vincenzo.

INCONTRI SULLA FAMIGLIA
Sabato scorso la dott.ssa Alessandra Bialetti ha iniziato il corso sulla comunicazione nella coppia. I partecipanti erano circa 15 tra coppie e singoli. Il clima era molto disteso ed amichevole con voglia di confrontarsi e ricevere spunti di riflessione. Si sono trattati i primi rudimenti della comunicazione di coppia come base fondamentale dei legami familiari e della genitorialità. Si è parlato molto della cura da dedicare all’interno della coppia che rischia di “annullarsi” nel ruolo genitoriale tanto da non avere più tempo da dedicarsi e crescere nella relazione. La prossima volta si continuerà l’argomento presentando strumenti per una comunicazione efficace e sanante del rapporto. Il secondo incontro sarà sabato 18 febbraio alle 16.30.


Domenica 29 gennaio, IV Domenica del Tempo Ordinario:
L1: Sofonia 2,3; 3,12-13 | Salmo 145 | L2: 1 Corinzi 1,26-31 | Vangelo: Matteo 5,1-12



CONSIDERAZIONI BREVI SUL TEMA FAMIGLIA (2)

Difendere la famiglia, come abbiamo detto, non significa difendere tutto quello che succede nella famiglia. Coloro che sono poco convinti della difesa della famiglia si rifanno a un termine, il “familismo”, coniato da Edward C. Banfield, un sociologo inglese che nel 1958, insieme alla moglie italiana, scrisse un libro la cui tesi principale era che l’arretratezza e la mancanza di iniziativa di alcuni individui e di alcune società dipendesse proprio dall’incombere delle tradizioni familiari, ritenute limitanti. Con più semplicità possiamo dire che, a partire dai giovani che si esprimono (anche se a fatica) su questi temi, le malattie più frequenti che provengono dalla famiglia sono espresse, più o meno, così: 1) i miei genitori sono rimasti insieme ma vivere con loro è stato un inferno; 2) i miei genitori si sono separati ma sarebbe stato meglio che non si fossero sposati; 3) mio padre ha dominato mia madre, l’ha spesso tradita e lei non ha mai reagito e non è mai stata felice; 4) i rapporti con i miei fratelli e sorelle sono stati pessimi; 5) la mia famiglia mi ha educato in modo rigido e non m’ha permesso di seguire la mia strada; 6) la mia famiglia è stata praticamente assente: non vedevo mai mio padre e mia madre, per fare anche da padre, è stata soffocante; 7) nei miei genitori non ho visto un vero amore e questo è all’origine della mia tendenza omosessuale. Ci sono molte cose che si potrebbero aggiungere a questo elenco. Ovviamente – e ci mancherebbe! – ci sono ragazzi e giovani che parlano molto bene della loro famiglia e dell’amore che lega i loro genitori. Ogni educatore, ogni sacerdote, ogni terapeuta, ogni persona che sia capace di ascoltare i giovani ha udito spesso (o ha teneramente estorto) confessioni di questo genere, tendenti al negativo o al positivo. Ognuno di noi ha saputo (si spera) ascoltare, capire, incoraggiare, indirizzare laddove si possano guarire certe ferite a volte terribili. Ma diverso è quando i nemici della famiglia partono da queste considerazioni per cercare di convincere che la famiglia è finita, è ormai crollata e che possa essere sostituita da formazioni comunitarie diverse, come le unioni tra persone di sesso diverso da ritenersi però non stabili, ovvero ad experimentum, ove nulla sia più garantito come diritto, come patto fedele e tutto sia soggetto a un’affettività che cresce o decresce a seconda delle emozioni e delle circostanze di convenienza. Oppure da formazioni costituite da persone dello stesso sesso, che a fortiori debbano generare figli non biologicamente propri, data la provenienza dell’identità genetica da almeno una fonte acquisita all’esterno, aggiungendo persino che tali formazioni, proprio a motivo del “fallimento” delle famiglie tradizionali, sarebbero ora le più adatte a sostituirle o ad affiancarle “senza alcun problema” o che, comunque, “tentar non nuoce” !! Su queste considerazioni demenziali si fondano almeno tre frecce avvelenate (di diverso tipo) dalle quali occorre difendersi. Il termine “difesa” è appropriato. Gli ecclesiastici o i laici cristiani che parlano di dialogo (e che talora tentano di farlo) difficilmente convincono che con questo tipo di attacchi si possa dialogare, per il semplice motivo che il dialogo è fatto di comprensione reciproca e sta di fatto che dalla parte di chi vuole cancellare la famiglia non c’è alcun dialogo disponibile. Ho incontrato tanti conviventi o tanti sposati civilmente o tanti omosessuali disposti a dialogare anche rivedendo le proprie posizioni, ma sono certo che questa disponibilità non stia in chi persegue dall’alto un disegno distruttivo, che ha alle spalle dei precisi interessi che sono o saranno all’origine di alcune politiche famigliari (che quasi nessun governo italiano, più o meno dal centrosinistra in poi, ha fatto mai in Italia). La prima freccia è la totale mancanza di considerazione giuridica e politica verso la famiglia in Italia. L’Italia, nella quale ancora adesso spiccano nei posti di maggiore responsabilità governativa persone di tradizione cristiana, formate nelle associazioni cattoliche e provenienti spesso da famiglie di “rigore” ideale indiscusso, è un paese nel quale non esiste alcuna agenda politica sulla famiglia. Nessuno ne parla perché chi ne parla viene subito accusato dalle lobby antifamiliari e viene messo a tacere. Tale mancanza di programmi di sostegno alla famiglia è vergognosa e coinvolge politici dichiaratamente cattolici che, pur di conservare la poltrona, tacciono. Le politiche che ci si potrebbero naturalmente attendere, essendo la famiglia un soggetto politico importante e determinante sia per l’economia di un paese sia per la sua sopravvivenza etica, sono: sgravi fiscali per le famiglie numerose / possibilità di accedere a servizi gratuiti o fortemente scontati, per chi ha l’onere di una famiglia con figli, onere accresciuto anche per chi decide di tenere gli anziani con sé, senza costringerli a vivere praticamente soli / aiuti a chi sceglie una scuola non statale semplicemente perché è più vicina, più raggiungibile, più sicura / istituzione di scuole per i figli che siano vicine ai luoghi di lavoro di ameno uno dei due genitori e facilitazioni alla loro frequentazione nonché riduzione economica degli oneri scolastici per fratelli o sorelle di età avvicinata (cose che, per inciso, fanno proprio tante scuole private che invece sono costrette a far pagare gli utenti). Alcune di queste politiche – attuate, per esempio, in Francia – hanno dato esiti molto positivi sconfiggendo notevolmente il tasso di denatalità. La seconda freccia è l’ideologia gender, di cui ho già parlato tempo fa. Allora consigliai e consiglio ancora un’ottima lettura di PERUCCHETTI – MARLETTA, Unisex, la creazione dell’uomo senza identità. Edizioni Arianna. Attraverso tale ideologia, molto complessa ma estremamente semplice nei suoi scopi, che non si comprendono subito poiché essa è soavemente presentata con una serie di slogan sull’uguaglianza uomo-donna, la famiglia è attaccata in modo allucinante, con una violenza di argomenti e di considerazione ritenute “ovvie”, ma totalmente antinaturali e antiscientifiche, facili da propinarsi, alle quali occorre opporre solo una forte resistenza. La terza freccia è la mentalità secolarizzata delle famiglie e dei loro figli, già a partire dall’adolescenza. Trattarne sarebbe davvero lungo ma un frutto malato possiamo già coglierlo con evidenza: i giovani non si vogliono sposare. Preferiscono rimanere a casa, avendo avventure di ogni tipo (permesse dai genitori pur di non creare conflitti) o convivere (quando hanno la possibilità di avere una loro casa). Convivere significa non prendere alcun impegno, se non di tipo affettivo e sentimentale. Ma il buono della famiglia è di avere sostituito alla tirannia dei sentimenti provvisori o delle convenienze un impegno fedele e indissolubile. Persino il diritto civile (nel caso di matrimonio civile) dà – nel caso di una separazione – al tradimento della fedeltà una sua importanza, nel valutare di più o di meno la responsabilità di uno dei due. La convivenza è il regno dell’incerto. Ha creato la mentalità del “proviamoci”, “vediamo come va”. Ma si sa benissimo che questo espone entrambi a incertezze di ogni tipo e il convivente più fragile alla dittatura del relativismo del più forte. Ed ogni regolamentazione di quelle che appunto si chiamano “coppie di fatto” ha puntato più sui diritti che si acquisiscono (anche da non sposati) che sui doveri.

Continua ……………….                                                     p.tammi@tiscali.it


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2017-05-15T22:55:16+00:00 21 gennaio 2017|