Notiziario Parrocchiale dell’8 aprile 2018 – Anno XVI – numero 30

FINITA L’OTTAVA DI PASQUA prosegue il tempo liturgico della Pasqua, il più lungo dei tempi liturgici, che si protrae sino a Pentecoste (20 maggio), compimento della Pasqua.

INCONTRO SU ALDO MORO
Domani lunedì 9 aprile alle ore 19.30 Marco Damilano
, direttore dell’Espresso, verrà qui da noi a parlarci del 40° del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Marco è un caro amico della parrocchia e di don Paolo. In preparazione a quell’incontro, oltre al contributo di Giampiero Guadagni, già pubblicato la scorsa settimana, che presenterà l’incontro, questa domenica c’è il contributo di don Paolo pubblicato sul retro di questo notiziario. Vi aspettiamo numerosi!

DUE EVENTI IMPORTANTI RENDERANNO PREZIOSO IL SABATO 14 APRILE

  • Alfonso Molinaro e Chiara si uniranno in matrimonio nella chiesa di Santo Spirito in Sassia. Preghiamo per questi due bravi ragazzi pietre vive della comunità cristiana.
  • Davide Campeggiani, seminarista della nostra parrocchia, farà la “petitio ad ordines”, ovvero la richiesta ufficiale di essere ordinato diacono e sacerdote nella Cattedrale di Montepulciano. Preghiamo perché Dio doni molte vocazioni sacerdotali alla Chiesa e continui a chiamare ragazzi e ragazze di questa parrocchia.

AVVISO PER I GENITORI ADOTTIVI DI BAMBINI DELLO ZAMBIA
Tutti coloro che hanno un bambino / ragazzo adottato in Zambia dovrebbero avere in questi giorni ricevuto una lettera di don Paolo e dell’Associazione che invita, nei limiti del possibile, a versare il classico contributo estivo con il quale acquistiamo appena arrivati farina e altre cose che diamo ad ogni adottato. Si prega, per coloro che lo faranno, di farlo entro il 30 giugno. Grazie di cuore!

PELLEGRINAGGIO PER IL CORPUS DOMINI
C’è ancora molto posto per il pellegrinaggio eucaristico del 2 giugno ai santuari di S. Magno e di Madonna del Colle. Il programma è in chiesa!


Domenica 15 aprile, III Domenica di Pasqua:
L1: Atti 3,13-15.17-19 | Salmo 4 | L2: 1 Giovanni 2,1-5 | Vangelo: Luca 24,35-48



Quel giorno fu un giorno buio. Io ero in seminario da un anno e come ogni mattina prendevo l’85 o l’87 (il primo che passava) da piazza San Giovanni in Laterano fino a piazza della Pilotta, sede della Pontificia Università Gregoriana, ove ero iscritto al I anno di teologia. A colazione, dopo le lodi mattutine, girava confusa la voce del rapimento di Aldo Moro. Alle 8 di corsa uscimmo, come ogni mattina, alcuni seminaristi dal refettorio e nel salire sull’autobus (a quell’ora un carro da traino) si notava subito un’atmosfera pesantissima. La gente non parlava. Non avevano ancora in mano i giornali, non c’era Internet né gli smartphone ma la paura e la desolazione si tagliavano col coltello. Era il 16 marzo del 1978. Solo tornati a pranzo (i prof. gesuiti della Gregoriana non vi accennarono neanche un minuto, fedeli alla regola di un certo silenzio su questioni non teologiche) ne potemmo un po’ parlare. Non potevo ovviamente allora conoscere Aldo Moro. Quando fui inviato viceparroco a San Pio X, nel 1982, conobbi suo fratello Carlo Alfredo, che abitava a via Luigi Gallo e che, fino alla morte (avvenuta nel 2005) mi volle un grande bene, mostrandomi un’immeritata stima e partecipando a diverse attività della vita parrocchiale. Un altro ricordo mi crea dentro grande emozione. Il 13 maggio 1978 il papa Paolo VI celebrò una Messa nella Cattedrale di san Giovanni per l’amico Aldo. Io, giovane seminarista, fui scelto con altri per servire la Messa. In sacrestia uno dei cerimonieri lo fece sedere sulla sedia gestatoria, prima di entrare nell’aula liturgica. Quando gli prese in mano la gamba destra dal ginocchio per sistemarla bene, Montini dette un piccolo urlo di dolore. Era già terribilmente sofferente (morirà il 6 agosto di quello stesso 1978). Montini chiamò Moro “uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. La sua bocca si apriva appena nel pronunciare quelle parole. Io ero lì vicino ad ascoltarle. Io sono cresciuto in quegli anni. Anni terribili, anche in seguito: gli anni del terrorismo delle Brigate Rosse e della destra estrema. Anni di lotte politiche, ideologiche, anni tuttavia formativi perché non certo di indifferenza alle vicende sociali e politiche. Anni belli anche nella Chiesa. Diventai prete nel 1982, dopo aver conosciuto Paolo VI e Giovanni Paolo I, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Egli non conobbe Aldo Moro ma aveva per la storia italiana un grande rispetto, soprattutto per quello che avevano fatto i laici cattolici come Moro in politica. Non pronunciava parole a vanvera su politici italiani, poiché conosceva la grande tradizione cattolica al servizio dello Stato italiano e la grande statura morale di tanti uomini e donne, alcuni dei quali ancora viventi. Non ho la capacità di dire altre cose su Moro e su quei tempi se non abbandonandomi ai ricordi. Quello di Moro fu un martirio, se non per la fede e se non meritevole – per questo motivo – del titolo di “martire”, almeno per la crescita morale e spirituale dell’Italia. Le motivazioni recondite del suo rapimento ad opera di un’organizzazione terroristica di persone squallide, gran parte delle quali cresciute nel liquame ideologico del ’68 all’università di Trento, non le conosco. Marco Damilano ne è sicuramente più esperto. Penso che se persone delinquenti ma intelligenti hanno rapito un uomo così, vuol dire che dava fastidio. Mi domando se rapirebbero uno dei tanti “parvenu” del parlamento italiano, usciti dalle recenti elezioni di marzo di quest’anno. Se tra queste persone ci siano mai, chissà, individui che incutono timore, se non vera paura, per la loro statura intellettuale, morale e per la loro storia personale. È ovviamente una domanda retorica, di quelle di cui già si conosce la risposta. Moro era un uomo formatosi nelle associazioni giovanili della Chiesa, quelle stesse che ancora reggono e formano, ove ci siano parroci e preti e laici di trincea che resistono alla secolarizzazione. Quelle stesse che Mussolini sciolse il 26 maggio 1931 (due anni dopo il concordato con la Chiesa cattolica) perché gli davano fastidio e perché nutriva la patetica idea di comporre uno Stato etico, che prendesse – come fa ogni tirannia – in carico anche l’educazione dei giovani. C’è da chiedersi chi oggi incute, nella Chiesa, timore al mondo. Non al mondo laico, con il quale sempre occorre dialogare, ma a quel mondo laicista che sorride di tutti i patetici e ridicoli moti di dialogo di certi ecclesiastici attuali, che rincorrono la popolarità e perdono la fiducia di chi crede da una vita e non dall’altro ieri. Facciamoci coraggio e andiamo avanti.

don Paolo


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2018-04-05T20:00:59+00:00 06 aprile 2018|