Due immagini iconiche: la Torre di Babele da una parte e la ricostruzione della città di Gerusalemme dall’altra. È necessario “ricostruire l’uomo”. Quale il modello? La Torre di Babele, inseguendo autosufficienza e dominio sempre più illimitati fino alla disgregazione? O ripartire da tanti pezzi frantumati, scoprirsi ricostruttori come Neemia, nelle diversità e nella fragilità di situazioni compromesse, ma all’interno di una città — di un contenitore — che favorisca i legami e la riscoperta dell’anima? È Papa Leone XIV che ci invita e ci accompagna nella disamina del nostro vivere oggi, ponendoci quesiti che le nostre coscienze potrebbero trasformare in imperativi categorici…

Ieri sera, 21 ottobre, in Auditorium sono ripresi i lavori del Progetto Persona in apertura del nuovo anno pastorale, con un incipit speciale.

“Magnifica Humanitas”, l’enciclica di Papa Leone XIV, è stata al centro del dibattito che un parterre di grande livello ha presentato al pubblico, attraverso un dialogo e un’esposizione trainanti. Dopo la proiezione del video che riassumeva i precedenti anni di lavoro e di impegno del Progetto Persona, Don Andrea ha dato il via alla serata con una mirabile sintesi introduttiva all’argomento, prima di lasciare la parola agli ospiti: Marco Damilano, giornalista, scrittore e noto opinionista politico; Alberto Gambino, giurista e professore ordinario di Diritto Privato; e padre Gaetano Piccolo, gesuita e ordinario di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

L’attesa era molta e devo dire che la serata è volata, sia per la portata dei temi trattati, sia perché l’interesse di parlare di un documento di tale impatto era, almeno per me, molto forte.

Damilano, Gambino e padre Piccolo, seppure illustrando aspetti diversi e sicuramente più congeniali alla loro formazione, ci hanno trasmesso all’unisono il pensiero forte, chiaro e atteso dell’enciclica leonina: il ritorno alla centralità della persona nell’era dell’intelligenza artificiale.

L’era dell’IA non pone al centro la persona: è un tempo che non include, ma esclude, perché non permette all’uomo di accettare i propri limiti. È l’era dell’efficienza performante, la cui stima è affidata agli algoritmi, “senza che nessuno si assuma più il peso della decisione”, il che significa “affidare all’IA il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane”. Queste poche righe all’interno del paragrafo 103 dell’enciclica possono riassumere quanto illustrato ampiamente dai relatori.

A cominciare da Marco Damilano che, nel messaggio del Pontefice, vede una Chiesa “che si lascia interrogare” proprio dalle novità come l’IA, ormai strumento quotidiano nella vita delle persone ma “incapace di vedere i volti umani”, e pertanto lontana da quei principi fondanti della dottrina sociale della Chiesa: la custodia del bene comune, la giustizia sociale, la sussidiarietà e la solidarietà.

Per Alberto Gambino l’IA non è neutrale ed è stato un errore immaginare che, in quanto “strumento”, fosse scissa dai suoi costruttori. Il Papa, secondo Gambino, compie uno “smascheramento rivoluzionario” che dall’enciclica trova applicazione nel diritto. Il diritto non è uno strumento artificiale: alla sua base vi è la dignità della persona, “una dignità irripetibile perché ha un legame unico con la trascendenza”.

Per padre Gaetano Piccolo è fondamentale “ripartire nel ricostruire l’uomo” per scongiurare il rischio di essere inghiottiti dal contesto in cui viviamo, governato dal “paradigma tecnocratico”. In questo contesto prevale una “cultura che riserva il primato all’efficienza e che decide ciò che conta mentre il resto lo scarta: questo è quello che fa la tecnica”. Come liberarsi da questa spirale? Per il gesuita il rischio è che si possa “perdere lo spazio interiore del discernimento”. Bisogna invece differenziarci dall’IA custodendo l’umano, ossia “la dimensione degli affetti e delle relazioni, che contano molto più dei dati”. Soprattutto, la tecnica può e deve crescere “senza far regredire il cuore”.

Via, pertanto, le tentazioni del transumanesimo, che “immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie”, e del postumanesimo che, criticando l’antropocentrismo, “prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente…”.

L’esortazione del Pontefice è di non assolutizzare l’intelligenza, laddove essa “finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”, e di ricordare che essa “è fatta per servire la vita e la persona umana”.

Tanto altro è stato detto e moltissimo è ancora da scoprire, perché ciascuno di noi è chiamato a porsi interrogativi e a mettersi in cammino per trovare la via attraverso quella Magnifica Humanitas di cui tutti siamo permeati e custodi. Bellissimo il richiamo del Pontefice all’immagine di Neemia, scelto come “compagno e figura-guida” perché “ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio… ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme”.

Saremo capaci di divenire nell’intimo tanti Neemia e di affidarci fiduciosi alla preghiera, prendendo esempio dal canto di Maria? Papa Leone chiude l’enciclica affidandosi al Magnificat, perché è la Vergine che ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio e ci aiuta a divenire tessitori di speranza.